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Il rock e la politica: una storia che si ripete

today6 Ottobre 2020 8

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Il rock, negli ultimi anni, ci ha un po’ abituati a una certa avversione nei confronti della politica di stampo conservatrice. Quattro anni fa, quando il duello tra Donald Trump e Hillary Clinton si era inasprito portandoli a dibattere in tivù – in una scena che definire “normale” risulterebbe impossibile persino per un ipotetico individuo che parla una lingua comprendente solo quella parola -, ricordiamo come gli artisti della musica – e non solo – che si schierarono con l’ex-first lady furono parecchi. Oggi, in vista delle elezioni presidenziali che avranno luogo a novembre, siamo ritornati dove ci eravamo lasciati nel 2016.

Rock politica
Photo credit: WEB

Us + Them, un’iniezione di watersiana contestazione

Va puntualizzato che non ci fossimo affatto “lasciati”. In questi anni, anche a causa della Brexit – la quale precedette di pochi mesi l’elezione di Donald Trump -, i concerti, gli spettacoli e tutto ciò che concerne al mondo della musica, si sono spesso concentrati sull’operato del tycoon statunitense, oltreché sulla crescente ondata di populismi europei e mondiali.

Un esempio? Us+Them di Roger Waters. Una serie di live portati avanti dall’un tempo bassista dei Pink Floyd, i quali si esprimevano apertamente sulle questioni politiche, non lesinando anche accuse dirette al trumpismo e, nel contesto, anche al governo gialloverde in Italia – Waters, in diverse occasioni, non ha certamente speso parole al miele per Matteo Salvini -.

Sebbene l’apporto di Waters alla causa politica non sia mai mancato, basti pensare alle critiche al governo della Thatcher, alle accuse rivolte ai magnati con brani come Money o Us and Them, su una cosa risulta necessario dibattere: quanto di ciò che ha detto il bassista – o gli altri artisti – è contestabile o meno?

Rock politica
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“Rock the Vote”, la politica per i giovani

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare una piccola precisazione: negli Stati Uniti, da circa trent’anni, esiste una campagna sociale nota come “Rock the vote”. Essa, per l’appunto, si occupa di spingere i giovani statunitensi a recarsi alle urne per votare – cosa niente affatto scontata da quelle parti -, contando sul supporto di rockstar di una certa risonanza che si prestano a questo servizio. Pertanto, rivolgendosi principalmente ai giovani, agli artisti è richiesto un linguaggio più diretto, più schietto, più semplice… più rock.

Parola agli artisti

Allora, posto l’accetto su quali siano le direzioni intraprese dagli autori, le parole di Bruce Springsteen su Trump, “è un deficiente”, potrebbero anche essere interpretate come una sintesi di un pensiero che, indubbiamente, andrebbe ampliato. Tuttavia, che il mondo della musica tenda sempre più a dirigersi verso un pensiero politico più semplice, a tratti superficiale, non è del tutto giustificabile.

Bon Jovi

Ne è un esempio il nuovo album dei redivivi Bon Jovi, Bon Jovi 2020, nel quale si evidenzia la copertina ispirata dal volto di John F. Kennedy, e, contestualmente, si possono udire anche riferimenti all’assassinio di George Floyd nelle canzoni. Ciononostante, il cantautore italoamericano ha espressamente negato un legame stretto con la politica, privilegiando l’attualità in sé e la volontà di mobilitare gli ascoltatori.

Rock politica
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Bruce Springsteen

Il già citato Springsteen, che ha coniugato per tanti anni rock e politica – basti pensare a Born in the U.S.A., implicitamente un’accusa a Reagan e al reaganismo -, ha subito concesso il celebre brano sulle contraddizioni dell’11 settembre, The Rising, alla campagna elettorale di George Biden, l’oppositore di Trump, lasciando ben pochi punti di domanda sul suo orientamento. Nel 2016, sebbene non appoggiò appieno la politica della Clinton, si espresse aspramente nei confronti del magnate oggi presidente, proseguendo anche negli anni a venire, durante svariati concerti.

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Pearl Jam

Il boss, già nel 2004, si era unito ad artisti quali R.E.M. e Pearl Jam nel contestare la rielezione di George W. Bush, in una serie di tour che facevano seguito alla campagna Vote for Change, volta a spostare gli equilibri negli Stati più volatili in sede di voto – ricordiamo come negli U.S.A., il voto cumulativo degli abitanti di uno Stato serva al computo dei grandi elettori -. Proprio i Pearl Jam, in quel periodo, si batterono in prima linea contro il repubblicanesimo di Bush, proseguendo tra alti e bassi, negli anni a venire contro tutti i candidati della destra statunitense. Lo stesso Eddie Vedder non ha mai fatto mistero delle sue preferenze, impegnandosi a spiegare ai propri connazionali le dinamiche politiche e il voto in sé, persino sul suo nuovissimo profilo Instagram.

Rock politica
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Neil Young

Infine c’è Neil Young. Sebbene provenga dallo Stato del grande Nord, il canadese è ufficialmente un cittadino a stelle e strisce e, in questa nuova campagna elettorale, le sue critiche nei confronti di Trump si sono fatte sempre più dirette e crude. Il fatto che il tycoon abbia usato senza permesso la sua Rockin’ in the Free World durante certi comizi, ha spinto la rockstar canadese a esprimere il proprio dissenso in più occasioni, incidendo nuove versioni di suoi vecchi brani in una chiara versione anti-trumpista.

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Rock e politica o politica e poi rock?

Ciononostante, a parere di chi scrive, bisognerebbe fare un ultimo e ulteriore approfondimento. Che la musica – seppur parliamo solo di rock in questo caso – e la politica siano sempre andate di pari passo, non ci deve stupire. In Italia, negli anni Settanta e Ottanta, si perdeva il conto delle band di estrazione prettamente politica, nonostante alcune di esse mantenevano un certo velo di ambiguità sulle loro ideologie. Tuttavia, con l’andar del tempo, sembra come se la propaganda politica abbia preso in sé possesso della musica, come se i concerti non servano più a nulla se non a esprimere il pensiero dell’artista.

Ipse Dixit?

L’intento di chi scrive, ovviamente, non è quello di criticare le scelte politiche o le scelte divulgative degli autori. Tuttavia, la superficialità con cui questi pensieri sono ultimamente trattati, sta aumentando a dismisura, e l’idea che tutto diventi sempre più frivolo e privo di un approfondimento, assume sempre più la dimensione di realtà. Oseremmo dire che si parla di “qualunquismo”, il quale è sin troppo giustificato dal fatto che a esprimersi siano artisti dalla portata mondiale. Per certi versi, si è fatto un balzo indietro all’epoca dell‘ipse dixit, ossia del “poiché l’ha detto lui, è qualcosa di inconfutabile”.

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Conclusioni

Concludiamo con un’ultima domanda. E’ possibile pensare che degli artisti, chi con trenta, chi con quaranta, chi con cinquant’anni di carriera, riescano a trovare in una semplice contestazione, in un programma politico confezionato per il popolo, le loro ideologie? E’ possibile che per persone della loro levatura, tutto si riduca a poche parole, a concetti espressi con superficialità e senza grossi approfondimenti? E’ possibile che tutto si riduca a un “quello è un deficiente”? Basti pensare che David Bowie fu in grado di trovare dei lati positivi nientemeno che su Hitler, in una controversa e contestatissima intervista. E’ possibile che l’arte si possa ridurre a tre semplici parole?

“Un saggio spiega. Un’opera d’arte fa capire”.

Philip Roth

Written by: Manuel Di Maggio


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