Presentato Fuori Concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (settembre 2026), Oasis: Don’t Look Back in Anger — diretto dal duo Dylan Southern e Will Lovelace (Shut Up and Play the Hits, Meeting People Is Easy) con la sceneggiatura e la supervisione di Steven Knight (Peaky Blinders) — non è il classico documentario celebrativo. È un dispositivo cinematografico e antropologico sulla riconciliazione e sulla tenuta del mito rock nell’era contemporanea.
Il film cattura l’epopea del tour di reunion “Oasis Live ’25”, la prima tournée di Liam e Noel Gallagher insieme dopo la drammatica rottura del 2009 a Parigi.
Presentare l’anteprima mondiale al Lido di Venezia ha assunto una forte valenza simbolica: da un lato, la consacrazione d’autore per un fenomeno nato nel proletariato di Manchester (working class); dall’altro, un evento mediatico senza precedenti, scandito dalla presenza al Lido dei due fratelli e da ben otto minuti di applausi in sala.
I registi rinunciano al formato tradizionale a testa parlante (“talking heads”) e impostano la narrazione su un doppio livello geografico ed emotivoLa macchina da presa entra nell’intimità del backstage e delle sessioni di prova. Il montaggio registra con freddezza ed empatia la tensione dei primi incontri, le esitazioni (come l’assenza di Liam ad alcune sessioni iniziali) e la costruzione graduale di un equilibrio tra i due.
Avvalendosi della fotografia di Haris Zambarloukos e del Sound Design curato dai premi Oscar James Mather e Tarn Willers, le sequenze dal vivo riproducono la potenza grezza e la dimensione collettiva del suono degli Oasis, pensata per la massima resa nelle sale IMAX.
L’aspetto più interessante del film è come decostruisce il mito della faida tra Noel e Liam. La sceneggiatura di Steven Knight non forza la riconciliazione artificiale: l’avvicinamento dei due fratelli è mostrato come una necessità pragmatica ed emotiva. Curioso e calzante l’inserimento di una figura simbolica — un prete di Manchester che riflette sul valore teologico e umano del perdono — per spiegare la portata della loro pace.
Il documentario analizza il perché canzoni scritte negli anni ’90 (Wonderwall, Live Forever, Supersonic) riescano a mobilitare centinaia di migliaia di giovani nati decenni dopo la loro pubblicazione. Gli Oasis vengono ritratti come l’ultima grande mitologia analogica del rock britannico: un collante sociale che travalica l’effetto nostalgia e diventa rito d’appartenenza.
Le interviste congiunte dei due fratelli — le prime registrate insieme dopo oltre vent’anni — offrono una contro-narrazione ironica e lucida sulla propria storia, spogliata dalla solita retorica del rock ‘n’ roll.
Oltre alla dimensione rock ‘n’ roll, il film è un importante documento di storia sociale; individua negli Oasis l’ultimo grande fenomeno di rivalsa della working class britannica prima dell’avvento di internet e della frammentazione della fruizione culturale. Il film analizza la rivalità fraterna non come mero pettegolezzo scandalistico, ma come un’energia primordiale e distruttiva indispensabile per alimentare il mito della band. C’è una sottile malinconia sul finire del film: la sensazione che Knebworth abbia rappresentato sia il picco sia l’inizio della fine di un’era irripetibile.
Oasis: Don’t Look Back in Anger riesce a evitare la trappola del puro prodotto di marketing per fan. È un’opera cinematica sulla gestione del tempo, sulla riconciliazione familiare e sul ruolo della musica popolare come liturgia collettiva contemporanea.
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