Cinema

Digger di Alejandro González Iñárritu

today8 Ottobre 2026

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Digger: Il ritorno alle origini viscerali di Alejandro González Iñárritu tra mito, ossessione e terra battuta

Presentato al pubblico con la consueta carica di aspettativa che si porta dietro ogni opera dell’autore messicano, Digger è un lavoro maestoso, denso, a tratti insostenibile. Chi scrive ne è uscito affascinato, quasi ipnotizzato dalla potenza espressiva e formale che Iñárritu riesce a mettere in campo. Tuttavia, è bene dirlo subito per evitare fraintendimenti: non è un film per tutti. Non lo è per ritmo, non lo è per impianto tematico e non lo è per la totale assenza di concessioni alla comodità dello spettatore.

In Digger, Iñárritu mette da parte il surrealismo metafisico ed egocentrico di Bardo per ritrovare quel cinema corporale, materico e spietato che aveva toccato l’apice con The Revenant. Il protagonista è un uomo consegnato al peso della propria ossessione: uno scavatore (fisico e figurativo) incastrato in un territorio ostile, intrappolato tra l’avidità umana, il legame con una terra che sembra rifiutarlo e la ricerca di una verità sepolta.

Il film procede per accumulo. La narrazione non segue la linearità classica del genere d’avventura o del dramma psicologico; si muove piuttosto come una spirale. Ogni scena aggiunge un tassello di fatica, polvere e sangue, portando chi guarda all’interno di un’esperienza quasi sensoriale più che puramente narrativa.

Dal punto di vista tecnico e visivo, Digger è una lezione di cinema. La regia di Iñárritu lavora sui contrasti: campi lunghissimi che mostrano una natura immensa e indifferente si alternano a pianisequenza strettissimi, soffocanti, dove il respiro dei personaggi sembra quasi infrangersi sull’obiettivo della macchina da presa.

La fotografia – ricca di tonalità terrose, luci naturali e contrasti netti – e un comparto sonoro viscerale (dove il suono delle pale che affondano nella terra e il soffio del vento diventano una vera e propria colonna sonora) creano un’atmosfera immersiva e cupa. È un cinema che si “sente” sulla pelle, che stanca e coinvolge allo stesso tempo.

Nonostante la bellezza visiva e la profondità dei temi trattati, la colpa, la fame di possesso, il limite tra determinazione e follia , Digger è un’opera indubbiamente divisiva per diverse ragioni:

  1. Il ritmo dilatato: Il film si prende tempi lunghissimi. La contemplazione della fatica e dell’ambiente circostante prevale spesso sull’azione pura. Chi cerca un ritmo incalzante o colpi di scena continui rischia la frustrazione.
  2. La pesantezza tematica: Non c’è sollievo comico, non ci sono parentesi di decompressione. È un’opera monolitica, cupa e implacabile nel tracciare la parabola autodistruttiva del suo protagonista.
  3. Il compiacimento stilistico: Come spesso accade con Iñárritu, il confine tra regia virtuosistica e puro autocompiacimento è sottile. Alcune sequenze possono risultare ridondanti, tese più a ribadire il talento visivo del regista che ad avanzare il racconto

In un ruolo che rompe nettamente con il suo consueto registro da eroe d’azione incrollabile, Cruise veste i panni di Digger Rockwell, un magnate del petrolio megalomane ed eccentrico il cui delirio di onnipotenza innesca un disastro ambientale globale.

Cruise sfrutta la sua iconica intensità fisica e il suo fascino dirompente ribaltandoli in chiave satirica. La sua è una prova sopra le righe, frenetica, sfaccettata ed esuberante, ma pervasa da una tragica disperazione man mano che il controllo gli sfugge di mano.

È una prestazione che ricorda i suoi momenti migliori in ruoli complessi o grotteschi (come in Magnolia o Tropic Thunder): Cruise mette a nudo il lato ridicolo dell’ossessione corporativa, muovendosi con una carica atletica che riflette la foga cieca del suo personaggio.

John Goodman interpreta il Presidente degli Stati Uniti, Compson, figura chiave nei tentativi del potere politico di gestire o sfruttare la crisi scatenata da Digger

Goodman regala una performance strabordante e teatrale, quasi kubrickiana nella sua carica farsesca (evocando le atmosfere surreali e grottesche del Presidente di Il dottor Stranamore).

Con la sua fisicità imponente e una recitazione basata su toni tonanti e micro-espressioni esilaranti quanto inquietanti, Goodman incarna perfettamente l’ipocrisia e la sconsideratezza delle istituzioni di fronte alla catastrofe

Quando Cruise e Goodman condividono la scena, il film raggiunge i suoi picchi di surreale tensione drammatica. Il contrasto tra l’energia nevrotica e dinamica di Cruise e la monumentale, grottesca autorità di Goodman crea una dinamica comico-drammatica esplosiva, rendendo le loro interpretazioni tra i motivi principali per cui la pellicola merita di essere vista

Digger è un film grandioso, potente e coraggioso. È il cinema nella sua forma più pura e primitiva, una prova di forza visiva che conferma Iñárritu come uno dei pochi autori contemporanei grado di orchestrare opere di tale portata simbolica e tecnica.

È un’opera che ho amato proprio per la sua capacità di non scendere a patti con nessuno, ma è anche un viaggio faticoso, esigente e privo di scorciatoie. Consigliatissimo a chi ama il cinema d’autore denso, corporale e rigoroso; sconsigliato a chi cerca due ore di intrattenimento leggero o una storia lineare e rassicurante.

Digger di Alejandro González Iñárritu

Scritto da: Andrea Lo Gioco


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