WideBrations – Tamburi di guerra

Scritto da il 16 Aprile 2018

E oggigiorno dove, per dirla in termini spiccioli, conta esserci a tutti i costi, far girare il proprio nome anche per la cosa più bieca e malsana è ciò che gran parte di coloro che si ritrovano a far qualcosa di vagamente produttivo ricercano compulsivamente. Da un giorno all’altro nasce una controversia, l’eco mediatica si propaga alla velocità della luce e nel giro di poche ore tutti sembrano sentirsi in diritto di dire la loro in merito. Si solleva un polverone per qualche settimana o qualche mese per poi cadere tutto nuovamente nel dimenticatoio. Il mondo del giornalismo funziona così: ogni possibile scandalo o controversia, se vende, va spremuta sino all’osso.

«Quando la guerra inizierà a essere considerata volgare e non più affascinante, forse cesserà di esistere», recitava Oscar Wilde. E ci risiamo. Trump e la Siria, Putin e la Siria, l’IS… negli ultimi due anni non abbiamo sentito parlare di altro e, alla fine, negli scorsi giorni, ciò di cui tutti avevano paura è arrivato. E nell’epoca dei social, dell’immediatezza e dei media sempre più prepotenti, una situazione del genere non ha fatto altro che generare opinioni discordi provenienti da ognuno di noi. La guerra, del resto, poiché nel regno animale esisteva già da milioni e milioni di anni prima che l’uomo stesso nascesse, è sempre stata una delle fonti primarie della creatività degli artisti. C’è chi ne ha raccontato le gesta eroiche dei paladini – ricorderete bene la dicotomia Orlando-Roncisvalle – , chi ha scritto degli amori e dei rapporti nati e ostruiti dalla guerra – il grande romanzo storico ottocentesco ne è il faro illuminante in merito, basti pensare a Guerra e Pace – e chi anche la psicosi, la paura e l’ipocrisia – da Joyce a Camus, a Hesse, a Ungaretti, ai più recenti Philip Roth e Don DeLillo – . Da tempi immemori, ormai, la guerra e l’arte sono due parole che sono sempre andate d’accordo. Abbiamo accennato alla letteratura ma si potrebbe dire lo stesso della pittura, del teatro, della scultura, del cinema – il primo grande capolavoro del cinema internazionale, La Nascita di una Nazione, nasce durante la Grande Guerra e racconta la Secessione statunitense – .
La musica è forse più di tutte l’arte che più è legata al proprio tempo. La musica è figlia del quotidiano e, in tempo di guerra, tralasciando tutte quelle canzoni scritte per celebrare vittorie e successi militari, la musica ha sempre saputo farsi portavoce delle sensazioni e delle paure vissute in quelle epoche. I due conflitti mondiali del Novecento si sono erti a protagonisti assoluti di quello che è stato forse il secolo più complesso e inspiegabile della storia. E l’arte ha attinto a piene mani da essi. Non solo in epoche a loro contemporanee; infatti se è vero che persino il grande Brian Eno ha prodotto un album intitolato The Ship che nel 2016, a più di cento anni da quel fatidico 4 agosto del ’14, si è ispirato alla Grande Guerra, risulta innumerabile la lista di produzioni relative al Secondo Conflitto e, anzi, col tempo se ne avverte una proliferazione sempre maggiore, non ultimo Dunkirk di Chris Nolan. Ed è anche grazie alla Seconda Guerra Mondiale se un genere che all’epoca era visto come “musica da balere”, divenne quello che oggi è percepito come musica colta, ostica e «da salotto culturale»: il jazz.
Fu uno stacco quasi netto quello che si avvertì nei primi anni ’40. La malinconia, la mestizia, il blues(inteso come tristezza) dei musicisti neri appartenenti ai quartieri poveri delle grandi metropoli statunitensi, fecero tornare il jazz alle sue radici dopo anni quell’originale senso di tristezza era stato soppiantato dallo swing delle big band. Furono in quattro i rivoluzionari del cosiddetto “bebop”, tutti ancor oggi ritenuti mostri sacri della musica di ogni tempo: Charlie Parker, Miles Davis, Dizzy Gillespie e Coleman Hawkins. Fu così che nacque un precedente che venne replicato quasi trent’anni dopo.
È il ’67 l’anno più importante della storia del rock, quello in cui tutto succede. Fino ad allora i composti Beatles hanno rivaleggiato con i ribelli Rolling Stones. Ma nel ’67, a San Francisco i giovani si ribellano. La guerra del Vietnam diviene la fonte principale della protesta. Tutti figli del boom delle nascite, tutti vissuti in un’epoca in cui la cultura diviene alla portata di tutti, con l’arte della parola e della musica, i giovani si fanno portavoce dei testi proibiti di autori come Burroughs, Ginsberg e Kerouac, appartenenti alla celebre “beat generation”. È l’epoca degli hippie, delle proteste, è il Sessantotto, un anno fondamentale per la storia; anche nella musica e nell’arte in generale. È il periodo dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane a San Francisco, dei Doors a Los Angeles, è il periodo di Jimi Hendrix e del suo provocatorio inno americano, di Janis Joplis. Tutti ispirati dal primo vero ribelle per eccellenza: il premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, già da diversi anni cantore della protesta e della rivolta giovanile – un emblematico brano su tutti: Masters of War – . Anche gli stessi Beatles si trasformano in quegli anni: da macchina sforna singoli di successo, si danno al mondo della psichedelia, accogliendo la cultura e la filosofia asiatica sulla falsariga di alcuni contemporanei come i Byrds.
Quella rivolta ebbe un’eco che risuonò per anni, tanto che anche dopo la dipartita dei tre simboli della rivolta hippie – Hendrix, la Joplin e Jim Morrison si spensero tutti e tre a 27 anni tra il ’70 e il ’71 – non si avvertì un vero e proprio arresto, soprattutto in Italia con i cosiddetti “raduni pop”, festival che cercavano di replicare il successo di Monterey e Woodstock, portando la bandiera del cantautorato di protesta e della musica che si opponeva alle restrizioni della borghesia.
Trent’anni dopo la rivoluzione bebop, la guerra del Vietnam aveva trasformato il rock, da fenomeno giovanile e scanzonato, a musica profonda, colta. E, malgrado il riflusso successivo al Sessantotto e le varie controversie, il ricordo di quella stagione è sempre presente nella memoria storica di tutti ed è un’innegabile realtà presente nel nostro passato.
E se è vero che la musica e l’arte erano figlie di quel periodo, il fascino e il timore della guerra, hanno continuato ad essere presenti nel mondo e lo sono tutt’ora, è inutile negarlo. Gli artisti che ne parlano continuano ad esserci e si fanno sempre più numerosi. E malgrado le possibili buone intenzioni, risulta ormai inevitabile pensare ogni tanto che alla base di tutto non ci sia quel sensazionalismo dello «scrivo sulla guerra per muovere le coscienze così tutti mi definiranno un autore impegnato». La musica non ne è esente, la pittura, il teatro, la letteratura… perché repetita iuvant, il sensazionalismo paga.


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