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Motel Woodstock, un punto di vista inusuale sull’epopea di Woodstock

today17 Settembre 2020 2

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Con Motel Woodstock inauguriamo questa nuova rubrica nella quale ho intensione di condividere con voi alcuni di quei film che hanno caratterizzato i miei ultimi anni in radio, e, al contempo fatto vivere delle belle “storie di musica” attraverso dei veri e propri cult cinematografici.

Un ragazzo cerca di riscattarsi durante i ‘mitici’ 3 giorni di Pace e Musica di Woodstock.

Titolo Originale: Taking Woodstock – Nazione: U.S.A. – Anno Produzione: 2009 – Genere:Commedia – Durata: 110′ – Interpreti: Demetri Martin, Emile Hirsch, Imelda Staunton, Henry Goodman, Liev Schreiber, Eugene Levy, Jonathan Groff, Jeffrey Dean Morgan – Sceneggiatura: James Schamus – Fotografia: Eric Gautier – Montaggio: Tim Squyres – Scenografia: David Gropman – Costumi: Joseph G. Aulisi – Musiche: Danny Elfman

Trama: 1969: Elliot Tiber, per aiutare i genitori in cattive acque finanziarie con il loro motel, approfitta della propria carica di presidente della Camera di Commercio di Bethel, New York, per accogliere in paese il disapprovato festival hippy di Woodstock.

Ang Lee si diverte e regala agli spettatori un piacevole viaggio nel 1969. Con Motel Woodstock il regista di “La tigre e il dragone” dimostra ancora una volta il suo eclettismo e la capacità di muoversi tra i generi. Dopo i drammi che gli hanno fruttato due Leoni d’oro (Brokeback mountain e Lussuria) Ang Lee mette in scena un bel romanzo di formazione dallo sfondo leggendario, quello del concerto che cambiò la storia della cultura americana (e non solo).

Ci sono film d’occasione che tali sono e tali rimangono. Si sfrutta cioè l’opportunità di un anniversario per tuffarsi nella rievocazione nostalgica o illustrativa di un evento. Ricorrendo i quarant’anni da quando ebbe luogo l’epocale concerto di Woodstock si poteva pensare che un Ang Lee in surplace avesse accettato di fare un film quasi su commissione. Non è affatto così. Quasi fosse tornato alle sue origini conosciute in Occidente (ricordate Banchetto di nozze?) il regista coglie l’occasione per rileggere da un punto di vista inusuale l’epopea di Woodstock non rinunciando a uno sguardo critico, anche se sorridente, nei confronti dell’istituzione familiare.

Woodstock ha rappresentato per lui gli ultimi momenti di innocenza di una civiltà che metteva piede sulla Luna ma stava affrontando un futuro carico di incognite. Il raccontare il grande evento collettivo dal punto di vista di Elliot Tiber vuol dire scegliere lo sguardo di colui che ci vide un’opportunità personale ancor prima di rendersi conto del valore che quei tre giorni avrebbero finito con l’assumere per la cultura tout court.

Tiber ha scritto con Tom Monte il libro “Taking Woodstock. A True Story of a Riot, A Concert and a Life” ed Ang Lee prende le mosse dalla sua testimonianza non per raccontare il concerto (lo ha già fatto con grande adesione Michael Wadleigh che aveva tra gli aiuti un ragazzo che si chiamava Martin Scorsese) ma per descrivere una società. Lo fa attraverso una moltitudine di personaggi e di figuranti ognuno dei quali finisce con il rappresentare una delle facce di quel prisma che erano gli Stati Uniti all’epoca.

Si sorride e si ride (grazie anche alla superba caratterizzazione di Imelda Staunton nei panni della taccagna e iperattiva madre di Elliot). Ma soprattutto si percepiscono la vitalità e l’energia di un universo giovanile che, nonostante il Vietnam o forse anche grazie a quell’orrore insensato, sentiva ancora il bisogno di credere in un’utopia pacifista che sembrava però traducibile in realtà. Ang Lee non ha alcuna intenzione di proporre una lettura acritica dell’epoca. Ecco allora che al seguito dell’ideatore trasgressivo simile a un Jim Morrison in versione hippie ci sono le limousine nere da cui escono manager in giacca e cravatta. Come afferma Woody Allen si chiama Show Business perchè senza il business non c’è lo show.

Alla fine resta però la sensazione di un sipario calato su uomini e donne forse ingenui ma sicuramente sinceri nelle loro aspirazioni. Una tipologia di esseri umani di cui, nonostante tutti gli eccessi loro attribuibili, il mondo ha sempre bisogno.

Written by: Francesco Spampinato


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