Cinema

INK di Danny Boyle

today14 Settembre 2026

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Se Network (Quinto potere) di Sidney Lumet ha raccontato il momento in cui la televisione ha scoperto la rabbia come merce, Ink di Danny Boyle cattura il momento ancor più sistemico e profondo in cui la stampa ha smesso di raccontare la realtà per iniziare a produrla.

Adattando la drammaturgia di James Graham con la consueta carica cinetica, Boyle trasforma la vicenda storica del quotidiano The Sun — rilevato da Rupert Murdoch nel 1969 — in una spietata genealogia del nostro presente. Ink non è semplicemente un period drama sulle rotative di Fleet Street, ma un’archeologia del consenso, un thriller ideologico sul momento preciso in cui l’informazione occidentale ha sostituito la veridicità dei fatti con l’intensità dell’emozione.

Il motore drammatico del film risiede nella complessa tensione sociopolitica tra due visioni del mondo inconciliabili.

  • L’Arroganza Paternalistica dell’Establishment: Il giornalismo britannico di fine anni ’60 viene mostrato come un feudo classista, dominato da una borghesia illuminata che decide autonomamente cosa il popolo debba sapere. Il Daily Mirror di Hugh Cudlipp rappresenta una visione pedagogica del Quarto Potere: educare, elevare la classe operaia, dettare l’agenda culturale dall’alto.
  • L’Insurrezione Cinica del Mercato: Larry Lamb (Jack O’Connell) e Rupert Murdoch (Guy Pearce) intuiscono che questa pretesa pedagogica cela un profondo disprezzo di classe. La loro risposta è radicale: dare al pubblico non ciò di cui ha bisogno, ma ciò che desidera segretamente nei suoi impulsi più primordiali — sesso, pettegolezzo, delitto, patriottismo viscerale, scandalo.

Boyle evita sapientemente il didascalismo morale. Nelle prime battute, l’ascesa del Sun possiede una carica quasi libertaria, anarchica e democratica. C’è un’energia eversiva nel vedere le barriere dell’alta cultura infrante da un giornale da tre penny. Tuttavia, il film documenta con spaventosa lucidità il punto di svolta in cui la liberazione dal paternalismo si tramuta in una nuova e più sottile forma di schiavitù emotiva.

Boyle non usa la macchina da presa per osservare la storia; la usa per farci entrare nel ritmo cardiaco del sensazionalismo. La regia si struttura su una rigida corrispondenza tra forma cinematografica e contenuto tematico:

Affiancato da un montaggio serrato e privo di tempi morti, Boyle tratta la redazione non come uno spazio di discussione intellettuale, ma come una fabbrica di stimoli dopaminergici. Le riunioni di redazione sono messe in scena come sequenze d’azione: ogni proposta di titolo, ogni scelta di font o di foto viene soppesata esclusivamente in base al suo potere di catturare lo sguardo in una frazione di secondo.

La fotografia contrappone i toni grigi, istituzionali e polverosi del potere britannico tradizionale con l’esplosione aggressiva dei colori primari del nuovo Sun. Le rotative industriali non sono meri elementi di sfondo, ma mostri di metallo inquadrati dal basso, con un sound design tonante che sottolinea la fame insaziabile di carta, inchiostro e carne da macello mediatic

La genesi della celebre “Page 3” (la modella in topless introdotta per impennare le vendite) viene gestita con straordinario rigore analitico. Boyle sottrae la scena a qualsiasi compiacimento voyeuristico: la macchina da presa si concentra sui volti degli uomini d’affari e dei tipografi, analizzando il calcolo freddo, contabile e statistico dietro la trasformazione del corpo femminile in un bene di consumo quotidiano a basso costo.

O’Connell offre una prova attoriale straordinaria, caricando il personaggio di Lamb di un’elettricità disperata. Il suo Lamb non è un malvagio calcolatore, ma un figlio della classe operaia spinto da una smania inconscia di rivalsa che, fase dopo fase, accetta micro-compromessi morali fino a non riconoscersi più.

Guy Pearce, di contro, lavora per sottrazione. Il suo Murdoch è una presenza quasi ectoplasmatica, una forza della natura capitalista che agisce con la precisione di un algoritmo prima ancora che gli algoritmi venissero inventati. Non urla, non si adira: osserva i numeri, individua i punti deboli delle persone e applica la pressione strettamente necessaria per spezzarle.

Ink non concede allo spettatore la consolazione di un capro espiatorio. In un finale amaro e privo di retorica, la pellicola ci ricorda che l’impero costruito da Murdoch e Lamb non è stato imposto con la forza: è stato votato, desiderato e acquistato ogni giorno alle edicole da milioni di persone. Il vero mostro della storia siamo noi che continuiamo a girare la pagina.

INK di Jamin Winans

Scritto da: Andrea Lo Gioco


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