Digger di Alejandro González Iñárritu
Digger è un lavoro maestoso, denso, a tratti insostenibile. Chi scrive ne è uscito affascinato, quasi ipnotizzato dalla potenza espressiva e formale che Iñárritu riesce a mettere in campo.
Digger è un lavoro maestoso, denso, a tratti insostenibile. Chi scrive ne è uscito affascinato, quasi ipnotizzato dalla potenza espressiva e formale che Iñárritu riesce a mettere in campo.
Scopriamo i premi assegnati ai lavori che hanno partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Ink di Danny Boyle cattura il momento ancor più sistemico e profondo in cui la stampa ha smesso di raccontare la realtà per iniziare a produrla.
Lee Chang-dong costruisce un affresco lucido e struggente sull'alienazione contemporanea nel sistema del tardo capitalismo.
Mr. Nelson, Did You Kill People? dimostra la matura evoluzione del cinema di Shin'ya Tsukamoto.
Kvinde Ukendt analizza con precisione chirurgica come il corpo femminile sia stato trasformato in un campo di battaglia politico ed espiatorio per la purificazione della coscienza nazionale.
Questo capitolo del gigantesco ed estenuante progetto DAU si concentra sugli ultimi anni di vita dell'Istituto di ricerca scientifica segreto sovietico (modellato sulla figura del fisico Lev Landau).
Lo spazio si restringe attorno al tavolo da disegno: la stanzetta di Fujino e quella di Kyomoto diventano i micro-universi in cui si consuma l'ossessione per il dettaglio.
L'opera mette a nudo l'ipocrisia delle Risorse Umane, dove parole come "inclusione", "well-being" ed "empatia" diventano paraventi retorici per mascherare tagli, pressione sistematica e prevaricazioni.