Uscito nelle sale a fine aprile 2026, Michael — il monumentale e attesissimo primo capitolo del biopic in due parti dedicato a Michael Jackson — è diventato all’istante un titano del botteghino mondiale (superando i 700 milioni di dollari in pochissime settimane), ma ha spaccato in due la critica e il pubblico.
Diretto da Antoine Fuqua (Training Day) e sceneggiato da Anthony McCarten (già dietro a Bohemian Rhapsody), il film copre oltre vent’anni di storia, dal 1966 al 1988: dalle umili origini a Gary, Indiana, con i Jackson 5 fino all’apice del successo planetario con l’album Bad.
Il pregio più grande del film risiede indiscutibilmente nelle sue performance e nell’incredibile impatto visivo e sonoro delle coreografie.
Il miracolo di Jaafar Jackson: Scegliere il nipote ventiseienne di Michael per interpretarlo si è rivelata una mossa vincente. Jaafar non offre una semplice imitazione; la sua somiglianza fisica, il timbro vocale ed l’accuratezza nei movimenti sono impressionanti da far venire i brividi. Sul palco, ricreando i balletti di Billie Jean o Thriller, è magnetico.
Un Colman Domingo monumentale: Nel ruolo del patriarca Joe Jackson, Domingo ruba la scena ogni volta che appare. Il suo è un ritratto tesissimo, fatto di una minaccia latente e selvaggia. Riesce a incarnare perfettamente il motore spietato che ha creato il mito, ma che ha anche spezzato l’infanzia di Michael.
La ricostruzione dei concerti: Antoine Fuqua sa come gestire l’azione e la dinamica dei corpi. I momenti musicali sono concepiti per i cinema IMAX: il montaggio e il sound design restituiscono un’energia travolgente che fa sentire lo spettatore direttamente sotto il palco degli stadi degli anni ’80
Nonostante l’enorme successo di pubblico (con sale piene di fan adoranti che applaudono a scena aperta), la critica specializzata ha accolto il film con freddezza (il punteggio su Rotten Tomatoes si è assestato intorno al 35%), muovendo accuse ben precise.
La trappola dell’agiografia: Essendo un film fortemente supervisionato dagli eredi e dalla famiglia Jackson, Michael sceglie la via più sicura: “stampare il mito” anziché esplorare l’uomo. Il film decide programmaticamente di chiudersi nel 1988, fermandosi proprio sulla soglia degli anni ’90 e aggirando così le controversie legali più pesanti, le accuse e i lati più oscuri che hanno segnato la seconda metà della vita dell’artista.
Mancanza di reale introspezione: Il film risponde alle stranezze di Michael (l’isolamento, la chirurgia plastica, la dipendenza da antidolorifici appena accennata, la preferenza per gli animali e il mondo infantile rispetto agli adulti) presentandolo esclusivamente come una figura angelica, fragile e perennemente vittima delle pressioni esterne o del padre tirannico. Manca la complessità psicologica: se si toglie la straordinaria musica (che satura quasi ogni minuto della pellicola), la sceneggiatura fatica a giustificare le azioni del protagonista.
Un’operazione commerciale “coi guanti di velluto”: Per molti critici il film assomiglia a un lunghissimo e costosissimo videoclip celebrativo volto a ripulire e blindare il marchio “King of Pop”, ponendo troppe poche domande scomode e offrendo risposte eccessivamente rassicuranti.
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