Digger di Alejandro González Iñárritu
Digger è un lavoro maestoso, denso, a tratti insostenibile. Chi scrive ne è uscito affascinato, quasi ipnotizzato dalla potenza espressiva e formale che Iñárritu riesce a mettere in campo.
In un’America di metà anni Duemila, ancora ipnotizzata dai primi vagiti del voyeurismo digitale, l’anchorman Chris Hansen (Robert Pattinson) trova la ricetta perfetta per trasformare l’informazione televisiva in un kolossal del sensazionalismo. La formula è tanto banale quanto spietata: un team di giovanissimi collaboratori naviga in rete simulando identità di minori per adescare presunti predatori sessuali, attirandoli in graziose villette a schiera prefabbricate nei sobborghi americani.
Non appena la vittima designata varca la soglia, ad attenderla non c’è la polizia, ma un impianto di luci da studio e la sagoma imponente di Hansen che emerge dall’ombra invitando l’interlocutore a “prendere posto”. Ma quando la fame di ascolti spinge la produzione ad alzare continuamente la posta in gioco e a travalicare i confini dell’etica professionale, l’intrattenimento morale scivola lentamente verso una tragedia a favore di camera.
A sostenere l’intera architettura del film è un Robert Pattinson straordinario e disturbante. Il suo Chris Hansen non viene ritratto come un semplice “villain”, ma come la spaventosa incarnazione del narcisismo mediatico. Pattinson costruisce una prova recitativa maniacale, lavorando sulla postura rigida, il sorriso patinato e, soprattutto, su una modulazione vocale profonda e solenne, utilizzata come un’arma di coercizione psicologica.
Attorno a lui si muove una galleria di personaggi complementari che incarnano le diverse sfumature del degrado etico: dalla produttrice esecutiva (Merritt Wever), guidata esclusivamente dai decimali dello share, ai giovani assistenti di redazione (tra cui uno Skyler Gisondo in gran forma) che vedono progressivamente sbriciolarsi la propria integrità morale man mano che comprendono di essere ingranaggi di una macchina tritacarne.
Il regista Lance Oppenheim applica alla finzione cinematografica il rigore sporco del linguaggio documentaristico. La macchina da presa si insinua negli angoli morti delle stanze, adotta l’angolo visuale deformante delle telecamere di sicurezza e sfrutta luci fredde e sature per trasformare le abitazioni-trappola in scenografie claustrofobiche.
Oppenheim non si limita a raccontare i fatti: costringe lo spettatore in sala a provare l’imbarazzo e la morbosa attrazione del pubblico a casa, ponendo una domanda scomoda e profonda: quanto siamo complici, come fruitori di contenuti, della distruzione metodica della dignità umana usata come merce di scambio da primetime.
Primetime è un thriller serrato, lucido e privo di consolazione. Nonostante un leggero passaggio a vuoto nella parte centrale, dove la ripetitività degli agguati rischia di smorzare temporaneamente la tensione narrative; il film culmina in un finale di rara potenza visiva e concettuale. È un’opera necessaria per riflettere sull’origine della cultura da gogna pubblica e sui pericoli di una società che scambia la giustizia con lo spettacolo.

Scritto da: Andrea Lo Gioco
Digger è un lavoro maestoso, denso, a tratti insostenibile. Chi scrive ne è uscito affascinato, quasi ipnotizzato dalla potenza espressiva e formale che Iñárritu riesce a mettere in campo.
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