WideBrations – Il decennio dei nostalgici Parte 1 – I Graffi di Seattle

Scritto da il 24 Aprile 2018

Gli anni ’80, stravaganti, colorati, pieni di plastica, trucco pesante e ostentazione del “nulla”, si erano fatti portavoce della dance, di Mtv, delle batterie elettroniche e dei synth – protagonisti assoluti a scapito delle chitarre – . Chi più chi meno, i grandi artisti della precedente decade si erano trovati a doversi piegare alle logiche del mercato da Mtv che spazzava via tutte le canzoni con durate superiore ai tre minuti e tutto ciò che non era vagamente “ballabile”. La lista va da David Bowie ai Genesis, a Rod Stewart, ai Kiss, ai Blondie, ai Clash, ai Talking Heads e pure ai Pink Floyd. Anche l’hard rock schiacciò l’occhio alle classifiche con quel movimento noto come “pop metal” nato a metà del decennio con band quali Scorpions, Journey, Van Halen, Def Leppard e Whitesnake.
Finiti gli anni ’80, malgrado essi permangano tutt’ora nei cuori dei nostalgici dei primi anni delle discoteche, gli affaristi del mondo della musica si resero conto di averli sfruttati sino all’osso e anche i gusti della gente cambiarono nuovamente. Il movimento alternative, l’indie, la cosiddetta “no wave”, si erano sviluppati per vie traverse, spesso nell’anonimato, salvo in alcuni casi fondamentali – gli Smiths su tutti – ; nel secondo lustro della decade trovarono terreno fertile affermandosi in quella successiva, in particolare fu un anno quello che cambiò completamente il volto della musica: il 1991.
Vent’anni dopo il sempiterno ’71 – l’anno nobile della storia del rock – , fu il ’91 l’anno della rinascita, con un gruppo che si affermò di prepotenza nel panorama mondiale. Provenienti da Seattle, con una formazione power trio standard e con parecchio amore per il punk, si facevano chiamare Nirvana. C’era Kurt Cobain alla voce e alla chitarra, Krist Novoselic al basso, un giovane Dave Grohl ancora soltanto alla batteria e una forte dose di incazzatura verso il mondo, i tre si facevano portavoce di quel movimento che tutti identificarono col termine “grunge”. Ci sarebbe parecchio da dire sul grunge e sui Nirvana stessi. Come per esempio il fatto che “grunge”, in realtà, sia stato un termine coniato per catalogare quelle band provenienti da Seattle o da tutto lo stato di Washington ma senza un’unità reale o una somiglianza tra i generi portati dai vari gruppi dell’epoca, se non per un sound grezzo comune a tutti. Per intenderci, dei “big 4” del grunge, i Nirvana, come detto, erano più vicini al punk, i Pearl Jam erano chiaramente ispirati dal classic rock anni ’70 e i rimanenti due, i Soundgarden e gli Alice in Chains, si avvicinavano molto più al metal vivendolo comunque in modo molto diverso: dal sound dei Soundgarden veniva fuori qualche barlume luminoso laddove negli Alice in Chains era tutto tenebra e autodistruzione. Nondimeno, il grunge arrivato in radio negli anni ’90 era solo una versione riveduta e corretta di quello che era stato negli anni precedenti con gruppi quali Green River, Mother Love Bone, Mudhoney e Love Battery. I primi si sciolsero nel ’87 e dalle loro ceneri nacquero i Mother Love Bone di Andrew Wood che, morendo nel ’90, segnò l’ideale fine della prima parte del grunge, quello più indie e meno conosciuto, anche se vi è tutt’ora un dibattito se tale momento non sia da identificare con l’uscita del primo album dei Nirvana, “Bleach” – di certo meno conosciuto al grande pubblico rispetto al celebre “Nevermind” – .
Kurt Cobain fu un innovatore della musica rock. Portò quel sentimento di autodistruzione, di disagio e di odio misto a romanticismo e di amore per la purezza dei sentimenti a cui tutt’ora si fa riferimento quando si parla di grunge e di rock in generale. Ciononostante, se da un punto di vista prettamente tecnico, il grunge che egli trasportò alle radio e al celeberrimo Mtv Unplugged, era già diverso dall’originale di cui abbiamo discusso, idealmente i Nirvana potrebbero considerarsi il gruppo che terminò l’epopea punk iniziata nel ’77. Una sorta di ultimo urlo nel deserto dei sentimenti verso cui il mondo si stava avvicinando – e che forse oggi ha effettivamente raggiunto – . Come Kurt Cobain, anche Layne Stanley, leader degli Alice in Chains, si fece portabandiera del thanatos. Entrambi, infatti, condivisero lo stesso destino, anche se in modo diverso. Kurt Cobain, infatti, si sparò nel 1994 in quella triste storia di amore, gelosia, odio ed eccessi con la cantante Courtney Love, da alcuni considerata sua reale carnefice. Poeta, cantautore, sognatore dallo spirito puro, Cobain fu il Jim Morrison della sua epoca e, come lui, passò a miglior vita a 27 anni, entrando nel “Club 27”, condividendo i posti a sedere del club con gente del calibro di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones e del capostipite Robert Johnson. Layne Stanley, invece, dopo aver inciso tre album con gli Alice in Chains, “Above” con i Mad Season – un supergruppo di cui era cantante – e aver fondato il progetto Class of ’99 con alcuni membri dei Rage Against the Machine e dei Pearl Jam, nel 2002 morì dopo un micidiale miscuglio di droghe, la “speedball”, la stessa assassina di Tommy Bolin dei Deep Purple, Brent Mydland dei Grateful Dead e anche del celebre attore John Belushi. Già da diversi anni, però, Layne Stanley era sparito dalle scene, in preda a crisi psicologiche e a continui abusi di sostanze stupefacenti che, all’indomani della sua morte, portarono la madre di lui a creare una fondazione dedicatagli che si poneva l’obbiettivo di curare la tossicodipendenza.
Morto Kurt Cobain e sparito Layne Stanley, il grunge si era ammorbidito, anche gli stessi Pearl Jam avevano inglobato nei loro album diverse ballate malinconiche che divennero uno dei loro marchi di fabbrica, così come i Soundgarden si fecero conoscere al grande pubblico con “Black Hole Sun” nel 1994, rimanendo fedeli comunque alla loro linea ma avvicinandosi sempre più a un rock alternativo diverso, anch’esso più melancolico, in linea con quella che fu la seconda parte degli anni ’90, il tutto con la quasi inaspettata chiusura del progetto nel 2000, con il leader, Chris Cornell, che decise di metter su gli Audioslave con tre dei membri dei Rage Against the Machine, scioltisi lo stesso anno. Ricordiamo che il grande Chris Cornell tornerà con la sua band storica nel 2011, scomparendo, purtroppo, nel 2017.
E se fino al 1994 il grunge era stato una prerogativa di Seattle o quantomeno statunitense, cavalcando l’onda del successo a stelle e strisce, oltremanica arrivarono i Bush che, nello stesso anno, con “Sixsteen Stone”, scrissero il loro successo, divenendo famosi oltreoceano, in un Paese orfano del faro più illuminante del grunge, Kurt Cobain. I Bush, definiti i Nirvana inglesi, si avvalsero di Steve Albini, produttore di “Nevermind” ma, malgrado il grande pubblico li apprezzò, da molti furono considerati una mera operazione commerciale per emulare i Nirvana in una veste più melodica, tanto che Gavin Rossdale, il loro cantante e chitarrista ritmico, affermò, in un’intervista, di essersi principalmente ispirato ai Pixies di “Surfer Rosa” – altro album prodotto da Albini – . I Bush continuarono – e continuano – ad avere successo e, malgrado le critiche, molti li hanno considerati l’unico vero spiraglio di grunge dopo la morte di Cobain, soprattutto per la profondità dei testi, spesso sottovalutati.
Infine, per concludere questa nostra retrospettiva, una menzione va fatta ai Foo Fighters di Dave Grohl. Rispetto a Kurt Cobain, Dave era meno mistico, magari meno poeta e forse più un autore d’impatto, così, anche se i primi album dei Foo Fighters ricordavano un po’ l’atmosfera del suo precedente gruppo, il cantautore di Seattle, divenuto anche chitarrista e polistrumentista, si avvicinò sempre più al mondo del pop rock, sempre con una certa raffinatezza e durezza tipica dell’epopea grunge. Rimasti in attività, forse sono gli unici eredi di quel “terremoto”, e, anche se a molti suoni un po’ “paraculo” far cantare il suo biondo fratello che ricorda Kurt Cobain al pubblico, a vedere quanto siano ancora amati gli anni ’90, a quasi un ventennio di distanza, non si può far a meno di pensare a quel decennio con un po’ di nostalgia e con qualche lacrimuccia.


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