L’arte di arrangiarsi all’estero. Chiacchierata con il musicista ennese Jossy Botte

Scritto da il 10 Maggio 2014

Jossy, perchè sei a Boston?

Perchè ho vinto una borsa di studio per il Berklee College of Music ai seminari dell’Umbria Jazz di 2 anni fa, quindi fondamentalmente perchè c’è stato qualcuno, tra gli insegnanti che tenevano le masterclass, che ha creduto in me.

Dimmi la verità, la meritocrazia – questa sconosciuta – lì l’hai trovata?

Sì, ma non sempre e ovunque. Sicuramente più che in Italia. Mi spiace molto dirlo, ma è così. Non vorrei sembrare l’ennesimo italiano lamentoso e disfattista, ma non sarà certo omettendo i problemi del nostro paese che questi spariranno. Comunque, qui alla Berklee, chi vale e riesce davvero a dimostrare il proprio talento, va avanti. C’è da lavorare veramente tanto e i ritmi di studio sono serratissimi, ma la certezza che, alla fine, il tuo impegno verrà riconosciuto e premiato, è un ottimo incentivo ed è lo sprone migliore tra tutti.

Cosa resta dell’Italia, nel cuore di un italiano che vive all’estero?

A me sono rimasti dentro sicuramente la mia casa, i modi di fare della gente che sono abituato ad avere intorno e a fianco, le loro voci squillanti e familiari, i luoghi in cui sono cresciuto. E, se proprio la posso dire tutta, la ricotta salata.

Quindi sei una persona molto attaccata alle proprie radici?

Assolutamente sì. Come dicevo prima, mi mancano gli atteggiamenti tipici della gente della mia terra, per esempio il calore umano e l’ospitalità che da noi anche una persona appena conosciuta spesso ti dimostra. Spero sinceramente che un giorno il cerchio si possa chiudere, e quindi di poter tornare nel luogo in cui ho iniziato. Insomma, mi ci vedo, tra degli anni, a vivere di nuovo in Sicilia. Spero solo di potermelo permettere, di trovare terreno fertile per la mia professione. Il mio sogno più grande è quello di creare nella mia terra un ambiente sereno e stimolante per far crescere artisti. Un luogo dove si possa imparare ad utilizzare l’arte come mezzo di risveglio intellettuale. Credo che se ne abbia molto bisogno.

Quali sono stati gli ambiti e le situazioni in cui ti sei dovuto arrangiare maggiormente, da quando sei in America?

La laundry, innanzitutto. In parole povere, all’inizio era difficile riuscire a non rovinare irrimediabilmente metà dei vestiti ogni volta che li lavavo. Invece, parlando più seriamente, direi la lingua inglese, o meglio, l’americano. All’inizio ti capita magari di chiedere informazioni ed indicazioni che, anche se ti vengono ripetute più volte, non riesci a comprendere. Devi arrangiarti a capire e a farti capire. E poi ad organizzare gli impegni quotidiani fra studio e tutto il resto, ad incasellarli in modo che tutto funzioni. A volte stupidaggini quotidiane diventano problemi perché devi sbrogliare tutto da solo, senza alcun punto d’appoggio, contando sulle tue uniche forze. Riuscirci, però, è una soddisfazione enorme.

Cosa ti porti dentro, di tipicamente italiano, che ti ha aiutato ad arrangiarti?

Credo la capacità di “rigirare la frittata”. Ovviamente non per ledere gli altri, intendo in senso buono, per salvarsi – anche in corner – da certe situazioni con disinvoltura. Oppure rispettare le regole a modo proprio, senza infrangerle ma personalizzandole, relativizzandole. Negli Stati Uniti le cose funzionano, è vero, ma a volte qui sono troppo rigidi ed io credo che non sia sempre un bene interpretare tutto alla lettera.

Qual è, secondo te, il musicista che, più di tutti, può essere considerato un modello nell’arte di arrangiarsi?

Nella storia della musica ci sono stati molti artisti che, in un modo o nell’altro, hanno dovuto arrangiarsi. Che la musica sia sempre stata una povera fonte di guadagno è risaputo…Detto questo, viene da sé che la vita di chi intraprende questa professione sia, per forza di cose, un continuo arrangiarsi. Ma il primo esempio che mi viene in mente è Chet Baker. Tossicodipendente senza fissa dimora, si trovò indebitato con la malavita. Non potendo pagare, il suo pusher gli spaccò tutti i denti. Non poté più fare il trombettista, si arrangiò iniziando a cantare, e diventò una delle voci più famose del jazz.

Cosa consigli di fare, preventivamente, a chi ha intenzione di trasferirsi negli Stati Uniti, per non trovarsi troppo in difficoltà una volta atterrati nel nuovo continente?

Innanzitutto imparare la lingua inglese prima di partire. O comunque iniziare a leggere libri e vedere film o serie tv in inglese, magari con i sottotitoli, almeno all’inizio. Il grosso della lingua poi, si sa, s’impara direttamente sul campo, dai madrelingua o dagli stranieri che vivono lì e la masticano già meglio di te. Un altro consiglio è quello di non avere paura del cambiamento (facile a dirsi, lo so…), di non essere troppo attaccati alle proprie abitudini, che non significa però rinnegare le proprie radici. L’arte “dell’essere italiano” è bello che rimanga sempre dentro, come un marchio di fabbrica. O almeno, a me piace che sia così.


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