Marty Supreme (2025) segna una svolta cruciale nella mappa del cinema contemporaneo: è il primo film da solista di Josh Safdie (separatosi temporaneamente dal fratello Benny, che ha firmato The Smashing Machine) ed è diventato, a sorpresa ma non troppo, il più grande incasso commerciale e uno dei manifesti critici della scuderia A24.
Liberamente ispirato alla vita del campione di ping-pong Marty Reisman, il film abbandona i bassifondi criminali di Uncut Gems o Good Time per catapultarci nella New York colorata, opulenta e farneticante degli anni ’50. Il risultato è una commedia drammatica sportiva frenetica, schizofrenica ed esaltante.
La Trama: L’ossessione del “Sogno Americano” a colpi di racchetta
Il film segue l’ascesa, la caduta e la disperata redenzione di Marty Mauser (un magnetico Timothée Chalamet), un ventiduenne convinto di essere un dio sceso in terra con una racchetta da ping-pong in mano. Marty rifiuta una vita ordinaria (vivere con la madre, fare il commesso nei negozi di scarpe) perché ha un unico, incrollabile obiettivo: diventare campione del mondo.
La sua colossale arroganza e un’incapacità cronica di gestire i rapporti umani lo portano a scontrarsi con chiunque, specialmente dopo una cocente sconfitta contro il campione sordo-muto giapponese Koto. Rimasto senza soldi e bandito dai circuiti ufficiali, Marty si imbarca in una folle odissea metropolitana per racimolare i fondi necessari a volare in Giappone e redimersi. Lungo la strada brucerà ponti, manipolerà amici e si legherà a figure eccentriche, tra cui la ricca e navigata Kay Stone (il grande ritorno sullo schermo di Gwyneth Paltrow) e la carismatica Rachel (Odessa A’zion), l’unica vera ancora emotiva della sua vita.
Lo Stile Safdie: Ansia Anni ’50 e Ritmo Frenetico
Se temevate che Josh Safdie senza il fratello perdesse la sua proverbiale carica di adrenalina, potete stare tranquilli. L’estetica “ansiosa” dei Safdie è intatta, ma viene declinata in modo del tutto nuovo:
- Cinematografia d’eccezione: La macchina da presa del maestro Darius Khondji e lo sfarzoso formato d’epoca trasformano la New York del 1952 in un alveare vibrante. Khondji riesce nel miracolo di far sembrare due ventenni che parlano d’affari come dei bambini che giocano a fare gli adulti, accentuando l’immaturità del protagonista.
- Il Ping-Pong come action movie: Le scene dei tornei di ping-pong sono girate con una tensione drammatica e una velocità che nulla hanno da invidiare a un thriller d’azione. La pallina diventa un proiettile psicologico.
- Musica Ipnotica: La colonna sonora di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) abbandona i sintetizzatori puri per sposare un bizzarro massimalismo sonoro, perfetto per descrivere la mente megalomane e infantile di Marty.
Timothée Chalamet offre una delle prove più fisiche, buffe e sgradevoli della sua intera carriera. Il suo Marty è l’incarnazione dell’eccezionalismo americano più bieco ed egoista: è infantile, supponente, odioso, eppure Chalamet riesce a infondergli una fragilità sotterranea che impedisce allo spettatore di voltargli le spalle.
Il vero cuore pulsante del film è però Odessa A’zion (nel ruolo di Rachel), che buca lo schermo con una performance magnetica e ricca di sfumature, interpretando una donna degli anni ’50 stanca delle convenzioni sociali ma intrappolata nell’orbita distruttiva di Marty. Ottimi anche i cammei di lusso sparsi nel film, da Fran Drescher a Tyler, The Creator, fino al regista Abel Ferrara.
Verdetto: Il Miglior Lavoro di Josh Safdie?
Marty Supreme è un’opera fluviale sui pericoli dell’ambizione sfrenata e sull’illusione del successo a tutti i costi. È una satira pungente sulla mascolinità tossica e il diritto di superiorità dell’America del dopoguerra, travestita da irresistibile e ipercinetico film sportivo. Un trionfo pop che conquista e lascia esausti alla fine dei suoi 150 minuti.
Post comments (0)