Dimenticate i sorrisi smaglianti e i bicipiti d’acciaio che salvano il mondo. In The Smashing Machine, Benny Safdie compie un miracolo cinematografico: distrugge l’icona “The Rock” per far nascere l’attore Dwayne Johnson. Grazie a un lavoro di protesi facciali sottili ma trasformative e, soprattutto, a una recitazione sotterranea e dolente, l’attore interpreta un Mark Kerr che è un gigante dai piedi d’argilla, un titano delle MMA che domina l’ottagono mentre la sua vita privata va in frantumi. Il biopic sulla leggenda delle MMA e bi-campione del torneo UFC, è un viaggio brutale, asfissiante e profondamente umano nell’abisso della dipendenza e del dolore fisico.
TRAMA
Il film si concentra sugli anni d’oro di Kerr (fine anni ’90), quando era soprannominato “The Smashing Machine” per la sua invincibilità nell’UFC e nel Pride. Tuttavia, Safdie non è interessato ai trofei. La cinepresa si incolla a Kerr nei corridoi degli spogliatoi, nelle camere d’albergo dove combatte contro la dipendenza dagli antidolorifici e nel rapporto complesso con la compagna Dawn Staples (una straordinaria Emily Blunt). È la cronaca di un uomo che, per sopportare il dolore di essere un’arma, finisce per spezzare l’uomo che la impugna.
Fedele al suo stile, Benny Safdie incolla la macchina da presa ai volti. Sentiamo l’odore del sudore, il rumore sordo dei colpi e l’ansia dei corridoi degli spogliatoi. Non c’è gloria nel combattimento, solo sopravvivenza, una regia nervosa, autentica. Emily Blunt offre la necessaria ancora emotiva, mentre la presenza di veri lottatori (come Oleksandr Usyk) conferisce al film una veridicità tecnica che raramente si vede nei film sportivi. The Smashing Machine non è un film sulle MMA, è un film sulla fragilità della forza. È un’opera che interroga lo spettatore sul prezzo del successo e sulla solitudine di chi vive per la prestazione fisica. È, senza dubbio, il punto più alto della carriera di Dwayne Johnson e la conferma che Benny Safdie è uno dei registi più coraggiosi della sua generazione. “Il ferro non sente dolore, ma io sì.” — Una frase che riassume perfettamente il dramma esistenziale di Kerr nel film.
Un dialogo sul nucleare come spunto di pace contro un’apocalittica proliferazione; non esistono solo protocolli e procedure, ma esseri umani impegnati contro l’inimmaginabile, con l’utopia di poter vivere in un mondo sicuro.
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