After the Hunt – Venezia 2025
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Gus Van Sant torna a confrontarsi con una storia vera americana, quella del sequestro di Richard O. Hall ad opera di Tony Kiritsis nel 1977. Il regista non si limita a una ricostruzione cronachistica, ma trasforma un fatto di sangue in una riflessione affilata e agrodolce sul capitalismo e l’alienazione.
TRAMA
Il film ricostruisce un incredibile fatto di cronaca nera avvenuto a Indianapolis nel febbraio 1977, che vede come protagonista Tony Kiritsis (interpretato da un tesissimo Bill Skarsgård). Tony è un uomo comune, un veterano che ha investito tutti i suoi risparmi in un terreno per costruire un centro commerciale. Convinto che la Meridian Mortgage Company lo abbia truffato per sottrargli la proprietà, Tony decide di farsi giustizia da solo. Si presenta negli uffici della compagnia per affrontare il presidente, M.L. Hall (Al Pacino), ma scopre che l’uomo è in vacanza. In preda alla disperazione e alla paranoia, Tony prende in ostaggio il figlio del presidente, Richard Hall (Dacre Montgomery). Per assicurarsi che la polizia non intervenga, inventa un congegno letale: collega un fucile a canne mozze al collo del giovane Richard tramite un sottile filo metallico; se Tony dovesse essere colpito o se Richard cercasse di scappare, il fucile sparerebbe istantaneamente.
Il cuore del film risiede nella follia del dispositivo creato da Kiritsis (interpretato da un intenso Bill Skarsgård): un fucile collegato al collo dell’ostaggio da un filo metallico teso, pronto a scattare al minimo movimento. Van Sant usa questo elemento non solo per creare tensione – che è palpabile per tutti i 105 minuti – ma come metafora visiva di un sistema (quello dei mutui e delle banche) che tiene gli individui “al guinzaglio”. Van Sant opera una scelta estetica precisa: la grana delle immagini e l’uso del montaggio richiamano intenzionalmente il cinema poliziesco degli anni ’70. Questo non è solo un omaggio formale, ma un modo per immergere lo spettatore nell’atmosfera dell’epoca, amplificando il senso di straniamento e di “diretta TV” che caratterizzò l’evento reale. A differenza di altri film sul tema, Dead Man’s Wire si distingue per la sua ironia amara. Kiritsis non è dipinto come un eroe; è un uomo spinto al limite che cerca in modo disperato, di trasformare la propria tragedia in un evento mediatico per ottenere un’ultima, assurda forma di giustizia: delle scuse pubbliche. Van Sant mantiene uno sguardo mai giudicante, preferendo osservare le sfumature umane dietro la cronaca nera, riuscendo a far emergere anche il lato tragicomico di una situazione che, tecnicamente, non dovrebbe far ridere nessuno. Il film è un’opera di maturità in cui Van Sant sembra voler chiudere un cerchio con la sua fascinazione per l’America “invisibile” e gli emarginati dal sogno americano.
Written by: Andrea Lo Gioco
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