La radio è defunta?

CRESCE IL FATTURATO DELLE PUBBLICITA’ RADIOFONICHE: NELL’ULTIMO ANNO E’ AUMENTATO DEL 7%.

Che venga considerato un mezzo di informazione di massa per certi versi ormai defunto, data la spietata concorrenza della tv, è un concetto tutto da rivedere e gli ultimi dati non lasciano alcun dubbio: la crescita del fatturato relativo alla diffusione pubblicitaria nelle radio è salito del 7%. Alla luce di tutto questo, è evidente che le aziende investono e credono che proprio investire nel mezzo di diffusione radiofonico sia un passo fondamentale per la crescita dei loro numeri; se poi la pubblicità viene anche fatta in tv, il vantaggio è doppio!

A questo scopo, Peppino Ortoleva, docente di cinema, fotografia e televisione dell’Università di Torino, ci spiega che la radio “ha sempre vissuto all’ombra della TV, a parte una parentesi negli anni ’70, con la nascita delle “radio libere”. Inoltre, a partire dagli anni 2000 e l’avvento del web, il concetto di radio è quasi totalmente scomparso, dimenticando che anche la radio è rete, non solo per la sua diffusione sul web, quanto per la possibilità di sintonizzarsi con tutte le radio del mondo da casa propria”. In sostanza, come precisato dal Prof. Ortoleva, la parola radio non identifica solo la tipologia tradizionalista di emittente che trasmette musica di tendenza o notizie ma anche le stazioni che hanno una propria identità, accolgono nuovi generi, narrano, raccontano, intrattengono anche dal punto di vista ludico. I numeri, in effetti, danno ragione a questa tesi: gli ascoltatori crescono e si fidelizzano e diventano i recettori naturali dei messaggi pubblicitari. “La pubblicità può diventare parte della programmazione, coinvolgendo, per esempio, lo sponsor in un sistema di funding di cui fanno parte anche gli ascoltatori, o dar vita a forme di ludicità collettiva, che del resto in Italia hanno una tradizione antica e dimenticata. Poi, certo, si può trattare anche l’inserto classico in modo più fantasioso di quanto spesso si faccia: ma per arrivare a questo, occorre che emittenti e pubblicitari siano disposti a investire, uscendo dall’atteggiamento troppo spesso “poveristico” che ha dominato il mezzo a lungo e, spesso, in modo ingiustificato”.

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